Dietro l’approfondimento di ciascuno dei 7 Segni avevamo scoperto un tassello di vita cristiana concreta e costruito veri legami di fratellanza con le persone che come noi avevano intrapreso questo cammino. Ci stavamo sciogliendo nella Chiesa. Stavamo acquistando gli strumenti per fare posto alla Grazia e contenerla. Dio è veramente tanto generoso e per non farsi sfuggire i suoi doni è necessario dotarsi di un ”contenitore” in cui tali doni possano essere accolti e conservati con cura. Ecco, durante i 7 Segni stavamo tessendo quel preziosissimo portagioie.

Tutto ciò è stato reso ancora più solido quando il Sacerdote che ci aveva condotto fin lì ci ha chiesto di aiutarlo per il nuovo ciclo dei 7 Segni, che sarebbe partito a breve e che sarebbe stato interamente dedicato ai giovani. Di lì a poco saremmo diventati didascali, ossia persone che avrebbero avuto l’opportunità di aiutare i ragazzi a “leggere” la propria vita, come fa una didascalia per un’immagine. Ci sono stati affidati poco più di 20 giovani, ciascuno con la sua storia, la sua famiglia, la sua croce, i suoi combattimenti, le sue aspettative sul futuro, i suoi desideri. Era il 2015, abbiamo camminato insieme per due anni e mezzo con cadenza settimanale e ancora continuiamo a farlo una volta al mese. Abbiamo avuto il privilegio di diventare un punto di riferimento per loro, abbiamo spalancato le porte di casa al loro bisogno di compagnia, al desiderio di confrontarsi, ai loro dolori, alla manifesta necessità di essere semplicemente accolti. Ecco, li abbiamo semplicemente accolti e, attraverso di loro, Dio ci ha donato un tesoro inestimabile. Li abbiamo guardati crescere, superare le loro paure, guardarsi dentro con meraviglia, cambiare le loro priorità, sentirsi ricchi per ragioni che il mondo spesso non conosce. Sono tuttora per noi un motivo di crescita, di stupore e di speranza perché, avendo ciascuno imparato a riconoscere la misericordia di Dio, camminano fidandosi di Lui e spesso condividono con noi il modo in cui Dio agisce concretamente nella loro vita. In questi anni abbiamo imparato quanto sia prezioso fare memoria periodicamente delle Grazie ricevute, sia per coltivare singolarmente la gratitudine, sia per coloro contro cui sbattiamo nella vita: incontrare una persona grata, che sappia stare nella propria storia senza fuggire, che sappia raccontare il suo rapporto con Dio, è un grande dono. Insieme ai giovani abbiamo imparato che nella vita si può vivere da pellegrini o da fuggiaschi e che, se anche a volte siamo tentati di fuggire dai problemi o da situazioni difficili, Dio ci chiama ad essere pellegrini, verso una mèta.

A Febbraio del 2017 scopriamo di aspettare un bambino.  La gravidanza comincia in modo molto faticoso, per nausee, debolezza, stanchezza generale, dovuta anche alla gestione familiare, non troppo complessa ma sicuramente dinamica. Durante la Quaresima dello stesso anno, cogliamo l’opportunità di fare gli esercizi ignaziani, che ci portano a pregare un’ora al giorno tutti i giorni, a meditare la Parola un po’ più nel profondo, ad allargare lo spazio in cui Dio avrebbe potuto venire ad abitare tra noi.

Alla fine degli esercizi il Sacerdote mi dice che adesso avrei dovuto dare il tempo giusto a questa esperienza perché potesse vivere la sua gestazione, proprio come la bimba che portavo in grembo. Dio ha bisogno di tempo, l’avevo capito, ed io ho ubbidito. L’estate trascorre tra molte avventure, alcune delle quali mozzafiato, nonostante il mio ritmo respiratorio fosse già provato da una certa pesantezza. Arriviamo all’autunno di (rin)corsa, con i nostri soliti appuntamenti con i ragazzi, con le scuole da poco avviate, con i ritmi serrati e l’attesa nel cuore. La bimba che sarebbe nata di lì a poco non aveva ancora un nome ma solo una rosa di nomi, ciascuno con il suo profondo significato. Un mercoledì, uno dei tanti mercoledì sera che fino ad allora avevamo dedicato ai 7 Segni, una cara Suora si siede accanto a me ed io la interrogo su come avremmo potuto chiamare la bambina. Lei mi posa una mano sul pancione: “Chiamala Rosangela, perché è un fiore tra le braccia della Madonna”. Non mi piacciono i nomi composti, non mi piacciono i nomi lunghi. Eppure aveva ragione, la nostra bimba è un fiore tra le braccia della Madonna. Dopo meno di una settimana da quel Mercoledì ho partorito una bambina che è andata dritta al Cielo. Era il 17 Ottobre del 2017, si chiama Lucia, un nome con il suo significato, che getta luce su tanti altri nomi.

Averlo saputo, prima del parto, è stato il nostro anno zero. Avete mai vissuto l’anno zero? Un momento senza tempo di una profondità abissale, uno spazio talmente consistente, della densità di un buco nero. Sono stata contenta di avere avuto l’occasione di partorirla, per poterle donare tutta la fatica che avevo già donato agli altri figli. Lei è mia figlia come gli altri e ho fatto per lei tutto ciò che mi è stato possibile fare come madre, senza risparmiarmi, senza fuggire. Ricordo i volti degli specializzandi rivolti verso il basso, nessuno aveva il coraggio di guardarmi negli occhi, ma io avevo la piena coscienza che di lì passava la vera vita. Dio prepara, ci stava preparando a questo momento da 12 anni. Il parto è stato molto doloroso all’inizio e molto dolce alla fine. Ci hanno permesso di trascorrere con Lucia un paio d’ore e così il distacco è stato più consapevole e nulla è stato travolto dalla fretta o dall’imbarazzo o dalla paura del dolore. Poter vivere quel momento con persone che noi abbiamo visto come Angeli, è stata una carezza di Dio. Dio ci riservava premure che ai nostri occhi non sfuggivano, Dio ci colmava di grazie difficili da raccontare ma limpide come la luce. La permanenza di Lucia tra le nostre braccia si è concretizzata in quelle 2 ore, un tempo di una ricchezza mai provata prima, un regalo che quotidianamente riempie i nostri cuori. Come mi sentivo? Svuotata, vuota la pancia, vuote le braccia. Ho sperimentato la Grazia di non volere a tutti i costi che quel vuoto si riempisse di qualcosa di effimero, ero terrorizzata dalle distrazioni. Sono rimasta ferma, ad aspettare, vuota. E Dio è venuto teneramente ad abitare quel vuoto.

Consolare i bambini è stato per noi un onore, ci siamo sentiti lusingati del fatto che Dio avesse scelto proprio noi per alleviare il loro dolore e rassicurati dalla consapevolezza che avesse scelto proprio loro e il sacramento del matrimonio per accompagnare il nostro. Li abbiamo consolati, ognuno secondo il suo bisogno e la sua inclinazione, li abbiamo esortati a tenere gli occhi aperti perché in quei giorni avremmo ricevuto tante Grazie che non avremmo dimenticato. E così è stato, le Grazie che si sono succedute in quei giorni sono numerose. Abbiamo parlato con i bambini della vita eterna e del Cielo verso il quale tutti tendiamo e dove Lucia ci aspetta. Abbiamo parlato del dolore e del suo significato. Siamo andati a Montefiascone e abbiamo scorso insieme la Via Crucis intorno alla tomba di Santa Lucia Filippini. Abbiamo riconosciuto che, per un dolore così grande, Dio ci stava donando i nostri Simone il cananeo, che ogni tanto ci alleviavano dal peso della nostra croce, e le nostre Veronica, che ci asciugavano le lacrime. Pellegrini nel cuore, abbiamo per caso (il caso non esiste!) intercettato la via Francigena che passa di lì e trovato la nostra frase ai piedi di una statua dedicata ai pellegrini: “Dimentica i passi che hai fatto, ricorda le impronte che hai lasciato”. Questa è la frase che abbiamo riportato sulla piccola lapide di Lucia.

Non abbiamo ceduto ai sensi di colpa, non ci siamo irrigiditi nei confronti della vita, non abbiamo versato lacrime di rabbia, non siamo fuggiti dal dolore profondo e lacerante, ma ci siamo lasciati modellare. Abbiamo capito che in Cielo si va nudi, portando con sé solo la vita che Dio stesso ci ha donato.

Abbiamo allentato il nostro naturale atteggiamento di “possesso” verso i bambini, prendendo coscienza che non sono nostri ma di Dio, che ogni giorno rivendica la sua paternità servendosi di noi genitori. “Sei la mamma di un angelo” mi ha detto un ragazzo dei 7 Segni alla fine del funerale di Lucia, mi sento una mamma con un’ala spiegata, un po’ trattenuta a terra, un po’ protesa verso il Cielo. È difficile lasciare andare e mettersi il cuore in pace, ma è tanto liberatorio e consolatorio diventare consapevoli del fatto che, laddove noi non arriviamo (noi non arriviamo tanto più in là della lunghezza delle nostre braccia), con facilità arriva Dio, padre (buono!) più di quanto mio marito ed io possiamo essere madre e padre.

Dio non si distrae, abbiamo incamerato anche questa convinzione.

Sono solo tutte Grazie, che ormai traboccano dal nostro contenitore.

Dopo un paio di settimane dal parto, il Sacerdote dei 7 Segni ci chiede di affiancare un parroco che avrebbe cominciato il 10 Comandamenti quella stessa settimana nella sua parrocchia. Restituire i 10 Comandamenti è stato un balsamo, l’ennesimo dono di Dio, che ha provveduto a noi offrendoci nuovamente lo strumento con il quale aveva costruito il nostro scheletro e con il quale adesso ci costruiva intorno un’impalcatura perché non ci sgretolassimo.

Ho paragonato il dolore ad un banco di nebbia che ci si trova davanti durante l’andare. Ci si può fermare e decidere di non attraversarlo, oppure si può chiedere la Grazia di riuscire ad immergerci in esso. Nel primo caso non si va avanti, nel secondo ci si accorge che, per quanto fitta possa essere la nebbia, c’è abbastanza luce per capire dove fare il prossimo piccolo passo. Inoltre Dio, nello spazio di quel passo, dona tutto ciò di cui si ha bisogno per farlo. Una volta avvolti dalla nebbia, non è possibile sapere quanta strada resta ancora da percorrere, ma questo fa parte di tutta la vita, l’importante è procedere laddove arriva lo sguardo e con la prudenza necessaria. Una corsa in questo caso non mi sembra sicura. Poi la nebbia si dirada e la luce diventa quasi accecante, lo sguardo si alza e si allarga, l’orizzonte diventa di nuovo profondo, il passo si fa più sicuro. Rimane nel cuore una profonda, profondissima, gratitudine di non essere mai stati mollati e la granitica sicurezza di essere stati accompagnati ovunque e che così sarà per sempre, perché Dio è immutabile ed eterno. Vi pare poco?

Una storia, una delle tante storie che Dio disegna servendosi dei nostri corpi, dei nostri gesti, dei nostri desideri e della nostra vita, tutta. A distanza di 15 anni, infatti, è dolce osservare come Dio abbia scritto la Sua Storia con me, con noi. Una storia squisitamente normale e semplicemente straordinaria… che si intreccia inconsapevolmente con tante altre storie, anche con quella di una sconosciuta signora argentina, colpita profondamente in quegli stessi giorni dalla perdita improvvisa di un figlio non ancora trentenne, che fa arrivare ai nostri orecchi, tramite messaggeri accuratamente scelti, il suo pensiero riguardo il suo dolore. Il suo pensiero che è diventato il nostro e che riecheggia con moto perpetuo nel nostro cuore e nella nostra mente.

“Non temere, il Signore fa le cose perfette”.